Il dolore per crescere chi c’è riuscito e chi no

Il dolore per crescere – Chi c’è riuscito e chi no

Ogni organismo, ogni persona cerca un equilibrio più o meno stabile per poter attraversare gli oceani della vita senza troppi scossoni.

Nella vita delle persone spesso e volentieri accadono trauma fisici e psicologici, se essi sono di forte entità fanno saltare questi equilibri adattativi dando origine a sofferenze e disagi.

Questi traumi possono avere una funzione di spinta al cambiamento anche se non sempre questo accade.

In particolare mi vengono in mente 2 casi quello di Roberto e quello di Giovanni, il primo ha saputo cogliere l’attimo mentre il secondo si è incaponito nei comportamenti negativi .

Roberto si rivolse a me dopo una delusione legata all’attività lavorativa, si aspetta una promozione e un riconoscimento e si è ritrovato demansionato.

A causa di questo fatto Roberto cadde in un profondo stato depressivo non riusciva a capacitarsi di come anni e anni di dedizione all’azienda l’avessero portato a quella situazione.

Non riusciva a cogliere nessuna sbavatura nel suo comportamento.

La situazione familiare ne risentì parecchio e la moglie lo minacciò di chiedere la separazione.

Quando arrivò in studio mi ritrovai di fronte una persona a dir poco distrutta.

Impiegai la prima parte della terapia a ridargli un poco di fiducia e lo portai a ritrovare un poco di energia  interiore per iniziare un percorso di recupero.

In brevissimo tempo appurai che nella sua famiglia il messaggio di copione che gli era stato passato corrispondeva all’imperativo non esistere e lui aveva maturato la convinzione che l’unica modalità che possedeva per dimostrare la sua esistenza era quella di compiacere mettendosi sempre in secondo piano.

Aveva trasferito questa modalità sia nell’ambito lavorativo che in quello famigliare, sempre al servizio di tutti mai a chiedere qualche cosa per sé.

Il risultato fu che tutti gli passavano davanti e sfruttavano le sue capacità, anche la moglie e la figlia erano allineate su questi atteggiamenti.

Utilizzando le tecniche di coaching di Self Awareness l’ho potato prender piena consapevolezza dei giochi psicologici che agiva e di conseguenza comprese quali erano gli atteggiamenti che doveva cambiare per vivere meglio, nel pieno rispetto dei fondamentali della sua personalità che rimase mite e serviziale.

Semplicemente ha imparato utilizzare le sue peculiarità caratteriali per trarne beneficio per sé e non per continuare a essere lo zerbino del prossimo.

Nel giro di pochi mesi Roberto ha cambiato lavoro e recuperato il clima familiare in senso positivo.

Diverso è il caso di Giovanni che mi è stato riportato da un amico che svolge la professione di consulente aziendale.

Giovanni era il proprietario di una catena di grandi ragazzini specializzati nella vendita di prodotti per la persona, era partito anni fa da zero e aveva costruito un piccolo impero.

Lui aveva sempre bisogno di brillare su tutti e quindi si era circondato di collaboratori che gli dicevano sempre di sì, non supportava di essere contraddetto.

Inoltre era un formidabile manipolatore grazie ad una sua dipendente era riuscito a manipolare una schiera di funzionari di banca e a ottenere elevati finanziamenti non garantiti.

Il suo impero aveva i piedi d’argilla e adesso in un momento di recessione era arrivato il redde rationem bisognava ristrutturare, cedere attività e cercare di salvare il salvabile.

Incaricò, quindi, la società del mio amico di compiere le corrette operazioni per arrivare al salvataggio dell’azienda.

Ma il mio amico si trovò di fronte un muro di gomma, qualsiasi proposta faceva veniva abilmente smontata per fare posto ai sogni sempre più visionari di Giovanni.

Il mio amico mi pose il seguente quesito –Perché di fronte al rischio di perdere tutto  Giovanni continuava nelle sue condotte folli? Il trauma che sta subendo non era abbastanza forte per indurlo al cambiamento?

La mia risposta fu la seguente-Il trauma non aveva indotto il cambiamento perché non aveva colpito il suo vero tallone d’Achille

Giovanni aveva una esagerata propensione al rischio e non riusciva a comprendere che il suo comportamento metteva  a rischio il suo patrimonio e il benessere dei dipendenti.

Per lui era molto più importante inseguire i suoi sogni di gloria, questa era la sua ragione di vita e dava sempre colpa agli altri dei suoi insuccessi.

Praticamente la sua mentalità era pari a quella di un giocatore d’azzardo.

Il ‘giocatore’ è come se vivesse un’esperienza dissociata: per un verso tende a definirsi e vedersi come una persona indipendente e capace di assumersi le proprie responsabilità; dall’altro verso, però, sembra esserci qualcosa che stona e, di fatto, emerge la descrizione di una quotidianità che non rispecchia quel desiderio di autonomia così presente nelle parole enunciate: come se non si ritenesse realmente capace di pensare a se stessa per come vorrebbe. In altri termini, a fronte di dichiarazioni che fanno perno sull’esaltazione delle proprie doti e delle proprie capacità che ne farebbero una persona di provata autonomia, viene proposta la narrazione di una quotidianità nella quale risulta estremamente forte, costante e ambiguo il rapporto con persone del proprio gruppo familiare: un’ambiguità nel rapporto che si palesa certamente dal punto di vista psicologico ma che, molto spesso, si esprime anche da un punto di vista prettamente pratico.

(fonte psychomedia)

Questa era la situazione di Giovanni:

  • un rapporto simbiotico non risolto con la madre
  • un edipo non risolto con la figlia
  • un contrasto insanabile con il figlio
  • a causa del rapporto simbiotico con la madre nessuna percezione dei propri errori e limiti.

Il tallone d’Achille di Giovanni era il potere e solo togliendogli quello e impedendogli di manipolare il prossimo forse sarebbe stato possibile farlo rinsavire.

Il mio amico ci provò ma l’unica persona che poteva aiutarlo, la figlia, non lo fece e preferì andare incontro al fallimento piuttosto che tradire il suo unico vero grande amore “il padre”.

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