Il potere della parola

La psicoterapia e la compassione ovvero la parola che guarisce

Già nello Yajurveda, antichissimo testo filosofico orientale, si esorta il medico a usare lo strumento dell’ascolto spiegando che attraverso di esso si attenuano in modo deciso le sofferenze del malato e si inizia il processo di guarigione.

La pratica dell’ascolto è fondamentale in ogni professione sanitaria, senza ascolto non si può comprendere la genesi della malattia e il reale stato di sofferenza del paziente.

L’ascolto non è da praticare solo con l’udito ma deve essere attuato attraverso tutti i sensi ma in particolare deve passare attraverso la compassione.


La pratica della psicologia e in particolare della psicoterapia si deve basare sull’ascolto per poi lasciare posto alla magia della parola e al suo potere terapeutico.


Il potere della parola viene esplicitato in due momenti:

  • La parola del paziente che attraverso il racconto è in grado di iniziare un percorso di consapevolezza dei suoi meccanismi interiori e quindi togliere forza alle proprie tensioni interiori
  • La parola del terapeuta che dopo l’ascolto può lenire, suggerire, aiutare il paziente nel suo processo di cambiamento interiore.


Solo un atteggiamento compassionevole permette allo psicoterapeuta di essere veramente efficace nella sua professione, senza la compassione il rapporto terapeutico diviene arido e non è in grado di dare nessun frutto.

Il colloquio clinico che non sia intriso di compassione diviene un mero scambio verbale senza un vero potere di cambiamento.

L’atteggiamento compassionevole permette al terapeuta di comprendere le più profonde istanze del paziente, i suoi reali bisogni, suoi obiettivi di vita e di cambiamento.

L’ascolto compassionevole dà la possibilità al terapeuta anche di comprendere se lui è il professionista adeguato per quel determinato paziente ed eventualmente dove poterlo indirizzare.

Ma cosa è la compassione? Come può essere utile nel processo di aiuto? Quale potere dà alla parola?

La compassione deve essere vista come l’intenzione di liberare se stessi e gli altri dalla sofferenza. 

La compassione è la capacità di avvertire la propria sofferenza e/o la sofferenza dell’altro evitando un coinvolgimento emotivo così forte da farsene travolgere.

Ci permette di vedere la relazione in una prospettiva di interdipendenza e interrelazione permettendoci di andare al di là delle nostra visione egoica in modo da vedere più in là dello spazio limitato del nostro ego.

L’amore nella definizione buddhista è il desiderio di rendere felici se stessi e gli altri.

Nel momento in cui si attua questa modalità il contesto entra in equilibrio.

La compassione nel processo d’aiuto diviene fondamentale proprio perché permette al terapeuta di superare le varie problematiche legate al transfert e contro transfert.

Rispetto al transfert l’atteggiamento compassionevole permette al terapeuta di mantenere un distacco emotivo non freddo ma empatico e accogliente cosi da aiutare il paziente a liberarsi dai propri pesi interiori.

Riguardo al contro transfert la compassione è in grado di aiutare il terapeuta a esplorare i propri vissuti che vengono smossi dal paziente e viverli con la giusta serenità superando i vari blocchi emotivi che sono presenti in qualsiasi tipo di terapia.

Questo contesto permette alla parola di esprimere tutta la sua potenza e quindi operare con efficacia il processo di riequilibrio interiore del paziente.

La parola può:

  • Lenire il dolore, diventare una carezza emotiva laddove sia necessario
  • Motivare al cambiamento
  • Divenire strumento di introspezione e analisi per poter attuare il processo che porta alla consapevolezza delle proprie soft skills con conseguente raggiungimento del proprio equilibrio interiore.


“Un colloquio dolce è la cosa più dolce del mondo; nient’altro, non il latte, il miele o lo zucchero grezzo di canna gli si avvicinano.
Una parola dolce è la cosa più preziosa; per suo tramite, si può conquistare una persona, dare gioia grande e persino raggiungere uno stato più elevato.
Quando i corvi gracchiano, noi tiriamo loro dei sassi mentre quando i cuculi cantano, li rispettiamo; il cuculo non ci darà una corona né il corvo ci punirà.
La persona il cui dire è gradevole si guadagna un buon nome quindi una parola dolce è sicuramente la cosa più dolce del mondo”.


Bisogna riempiere d’amore compassionevole ogni parola.

La parola che scaturisce dalla lingua non deve tagliare come un coltello né ferire come una freccia o colpire come un martello; essa deve essere una coppa di nettare dolce, un consiglio di saggezza spirituale consolatrice e un sentiero morbido di fiori, deve spandere pace e gioia.

La parola deve essere una soltanto, non creare turbamento, essere scevra da menzogne e ingiustizie; non essere impropria né violenta. 

Infatti, si dice:


Le parole non devono creare turbamento; 
devono essere veritiere, benefiche e piacevoli.”
Le parole pronunciate devono essere confortanti, gradevoli, dolci, amabili e prive di nervosismo.
“Non si può sempre far cortesie, 
ma si può sempre parlare cortesemente.”

Questo è il potere della parola e attraverso di esso si può veramente guarire e alleviare il dolore.

Un altro aspetto fondamentale è la coerenza tra pensiero, parola ed azione solo così la parola sarà veramente efficace.

Con la parola si possono provocare le guerre, gestire i processi di pace, fare leva sulle masse (ricordiamo il discorso di Antonio nel Giulio Cesare di Shakespeare mirabile esempio di condizionamento delle masse attraverso la parola).

La comunicazione, di cui la parola è alla base, è l’elemento principe per educare, crescere, amare indurre le persone ad esprimersi al meglio delle loro possibilità

Sigmund Freud comprese in pieno questo potere e vi costruì un sistema basato principalmente sull’ascolto, Jung fece evolvere il metodo indirizzandolo al colloquio diretto e da lì nacquero moltissime scuole terapeutiche basate su diversi modelli interpretativi ma tutte con unico comune denominatore la parola e il suo potere.

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